Esiste una corrente di pensiero, minoritaria tra gli economisti ma assai battagliera, che mette in discussione il Pil: non solo negando che possa essere l'unico parametro per misurare il progresso di uno Stato o del mondo intero, ma teorizzando addirittura l'opportunità di una "decrescita serena". Senza entrare nel merito della questione (comunque non me la sento di tifare per la decrescita) osservo solo che alcune recenti posizioni dei nostri vertici di governo (Tremonti e Berlusconi) potrebbero essere lette come un'indiretta allusione a questa corrente di pensiero.
Per fare di necessità virtù di fronte alle poco rosee prospettive per l'economia italiana, i due hanno sostenuto che - in fondo - con un calo del Pil del 2 per cento in termini reali nel 2009, si tornerebbe alla situazione del 2006, anno nel quale non si stava poi così male. Volevano dire naturalmente che il valore totale del Pil, attualmente pari a un po' meno di 1.600 miliardi, tornerebbe ai valori assoluti di due o tre anni fa. Nell'esprimersi così hanno più o meno consapevolmente messo in discussione il dogma secondo cui bisogna andare sempre avanti.
Qualcuno però non ha capito bene, anche tra le file dell'opposizione, e ha confrontato questa stima negativa con il tasso di crescita reale dello stesso Pil nell'anno 2006. Che è stato di poco inferiore al 2 per cento, ma con segno positivo. Una cosa è l'incremento (o il decremento) in un certo anno rispetto a quello precedente, un'altra, molto diversa, il valore assoluto in quello stesso anno. Per quanto sembri ovvio, giova ancora ripeterlo.
lunedì 9 febbraio 2009
giovedì 4 dicembre 2008
Mutui: il tetto è anche un pavimento
Il governo continua ad occuparsi di mutui a tasso variabile, ritenendo che coloro che li hanno a suo tempo sottoscritti meritino una tutela rispetto al fatto che, appunto, i tassi siano variati, nel caso specifico verso l'alto. Così dopo la non molto fortunata convenzione tra Abi e ministero dell'Economia, che prevedeva sostanzialmente un allungamento dei tempi del prestito a fronte di una rata bloccata, è ora la volta dell'articolo 2 del decreto 185 (cosiddetto anti-crisi). Contiene, come è stato spiegato, un tetto del 4 per cento al tasso di interesse nel calcolo della rata, per i mutui prima casa; fino alla fine del 2009 lo Stato si accollerebbe la parte di rata che supera questo tetto.
In realtà, come si può vedere anche dal testo, il meccanismo del tetto scatta solo per coloro che avevano all'inizio del mutuo un tasso già inferiore al 4 (in buona sostanza chi lo aveva stipulato tra il 2002 e il 2006). Per gli altri il tasso verrebbe riportato appunto al livello iniziale: e siccome l'Euribor, che è il parametro usato per la maggior parte dei tassi variabili, è previsto in discesa per tutto l'anno, il vantaggio per loro sarà limitato o nullo. Dunque il 4 per cento può essere visto come un tetto, ma anche come un pavimento nel senso che è il livello minimo a cui il tasso può scendere ex lege.
Quanto costa tutto ciò allo Stato? Non molto. Si prevede prudenzialmente un possibile esborso di 350 milioni, ma già dopo dopo i primi tre mesi del prossimo anno, in base alle attese sull'Euribor, il tasso effettivo scenderebbe sotto il pavimento del 4 per cento (2,81% il tasso atteso nel secondo trimestre, più 1,1% di spread medio = 3,91%). E dunque da aprile (o al massimo da giugno-luglio) lo Stato potrebbe trovarsi nella condizione di non pagare proprio nulla.
In realtà, come si può vedere anche dal testo, il meccanismo del tetto scatta solo per coloro che avevano all'inizio del mutuo un tasso già inferiore al 4 (in buona sostanza chi lo aveva stipulato tra il 2002 e il 2006). Per gli altri il tasso verrebbe riportato appunto al livello iniziale: e siccome l'Euribor, che è il parametro usato per la maggior parte dei tassi variabili, è previsto in discesa per tutto l'anno, il vantaggio per loro sarà limitato o nullo. Dunque il 4 per cento può essere visto come un tetto, ma anche come un pavimento nel senso che è il livello minimo a cui il tasso può scendere ex lege.
Quanto costa tutto ciò allo Stato? Non molto. Si prevede prudenzialmente un possibile esborso di 350 milioni, ma già dopo dopo i primi tre mesi del prossimo anno, in base alle attese sull'Euribor, il tasso effettivo scenderebbe sotto il pavimento del 4 per cento (2,81% il tasso atteso nel secondo trimestre, più 1,1% di spread medio = 3,91%). E dunque da aprile (o al massimo da giugno-luglio) lo Stato potrebbe trovarsi nella condizione di non pagare proprio nulla.
giovedì 30 ottobre 2008
I numeri della Gelmini/4
Il decreto 137, quello che contiene tra l'altro il ritorno al maestro unico (o meglio prevalente, come il governo tiene a precisare), è ormai legge. Ma restano tutti i dubbi che avevo sollevato in un precedente post sugli effetti finanziari della novità. La contestata riforma dovrebbe infatti contribuire a quella riduzione di 87.000 docenti in tre anni, che è a sua volta contenuta nel decreto 112, quello che ha di fatto anticipato la legge finanziaria.
Nelle ultime settimane però Mariastella Gelmini e lo stesso presidente del Consiglio, nel replicare alle critiche di opposizione e sindacati, hanno sostenuto che il maestro unico non porterà ad una riduzione del tempo pieno alla scuola elementare, ed anzi permetterà di incrementare del 50 per cento il ricorso a questa formula (orario di 40 ore settimanali, i bambini in classe fino al pomeriggio). Ci si potrebbe attendere che anche le novità sul tempo pieno siano contenute in qualche legge o almeno, come intenzione, in qualche documento governativo.
Invece quel riferimento al 50 per cento proviene da una simulazione della rivista Tuttoscuola: simulazione che il ministro, in un'intervista alla stessa testata, ai primi di settembre, aveva detto di trovare interessante e di voler prendere in considerazione. Chiaramente questa prospettiva sottintende che i docenti "risparmiati" grazie al maestro unico, invece di contribuire ai risparmi sul personale, siano impiegati in classi a tempo pieno aggiuntive rispetto a quelle attuali. Di tutto ciò però non c'è traccia se non nel dossier preparato dal governo "contro le bugie della sinistra" (che peraltro indica una percentuale di incremento del tempo pieno decisamente più bassa). Nel Piano programmatico elaborato dal dicastero in attuazione del decreto 112 si dice invece il contrario: "Le economie derivanti da tale modello didattico, allo stato non quantificabili, consentono di ottenere ulteriori risorse che potranno ridurre l'incidenza degli altri interventi". Cioè i risparmi sul maestro unico non andranno al tempo pieno ma semmai attenueranno la portata di altri tagli alla scuola.
Ma siccome alla Gelmini e alle sue acrobazie numeriche sono stati dedicati ben quattro post, vorrei chiudere con un'altra cifra, quella presentata dai suoi oppositori per quantificare l'entità dei tagli al sistema scolastico: 8 miliardi. È corretta? Non molto. Gli 8 miliardi sono la somma dei risparmi progressivi che proprio nel decreto 112 il governo prevede di ottenere progressivamente, dal 2008 al 2012. Ma siccome si tratta appunto di risparmi progressivi, che partono da 456 milioni nel 2009 per arrivare a 3,2 miliardi dal 2012 in poi, non andrebbero sommati tutti i risultati parziali di questi quattro anni. Con la stessa logica infatti si potrebbero moltiplicare i 3,2 miliardi a regime per 10 e dire che ci saranno 40 miliardi di tagli da qui al 2022 (gli 8 già detti più altri 32). Quel che conta è il risparmio annuale.
Nelle ultime settimane però Mariastella Gelmini e lo stesso presidente del Consiglio, nel replicare alle critiche di opposizione e sindacati, hanno sostenuto che il maestro unico non porterà ad una riduzione del tempo pieno alla scuola elementare, ed anzi permetterà di incrementare del 50 per cento il ricorso a questa formula (orario di 40 ore settimanali, i bambini in classe fino al pomeriggio). Ci si potrebbe attendere che anche le novità sul tempo pieno siano contenute in qualche legge o almeno, come intenzione, in qualche documento governativo.
Invece quel riferimento al 50 per cento proviene da una simulazione della rivista Tuttoscuola: simulazione che il ministro, in un'intervista alla stessa testata, ai primi di settembre, aveva detto di trovare interessante e di voler prendere in considerazione. Chiaramente questa prospettiva sottintende che i docenti "risparmiati" grazie al maestro unico, invece di contribuire ai risparmi sul personale, siano impiegati in classi a tempo pieno aggiuntive rispetto a quelle attuali. Di tutto ciò però non c'è traccia se non nel dossier preparato dal governo "contro le bugie della sinistra" (che peraltro indica una percentuale di incremento del tempo pieno decisamente più bassa). Nel Piano programmatico elaborato dal dicastero in attuazione del decreto 112 si dice invece il contrario: "Le economie derivanti da tale modello didattico, allo stato non quantificabili, consentono di ottenere ulteriori risorse che potranno ridurre l'incidenza degli altri interventi". Cioè i risparmi sul maestro unico non andranno al tempo pieno ma semmai attenueranno la portata di altri tagli alla scuola.
Ma siccome alla Gelmini e alle sue acrobazie numeriche sono stati dedicati ben quattro post, vorrei chiudere con un'altra cifra, quella presentata dai suoi oppositori per quantificare l'entità dei tagli al sistema scolastico: 8 miliardi. È corretta? Non molto. Gli 8 miliardi sono la somma dei risparmi progressivi che proprio nel decreto 112 il governo prevede di ottenere progressivamente, dal 2008 al 2012. Ma siccome si tratta appunto di risparmi progressivi, che partono da 456 milioni nel 2009 per arrivare a 3,2 miliardi dal 2012 in poi, non andrebbero sommati tutti i risultati parziali di questi quattro anni. Con la stessa logica infatti si potrebbero moltiplicare i 3,2 miliardi a regime per 10 e dire che ci saranno 40 miliardi di tagli da qui al 2022 (gli 8 già detti più altri 32). Quel che conta è il risparmio annuale.
domenica 19 ottobre 2008
I numeri della Gelmini/3
Il ministro della Pubblica istruzione continua a fornire cifre per sostenere la necessità della sua riforma della scuola. Oggi ad esempio Mariastella Gelmini ha dichiarato che in dieci anni la spesa per il personale della scuola è cresciuta del 30 per cento, passando da 33 a 43 miliardi di euro. Dal suo punto di vista questi numeri sono un chiaro esempio di quanto la situazione sia insostenibile.
Verificare l'andamento della spesa per il personale scolastico è un lavoro un po' complicato, perché nell'ultimo decennio il dicastero dell'Istruzione e quello dell'Università sono stati più volte accorpati e scorporati. Ma se tra 1997 e 2007 l'incremento è davvero questo, bisogna dire che tutto sommato è abbastanza contenuto. Depurato dell'inflazione, vuol dire infatti una crescita reale inferiore al 6 per cento.
Potrebbe essere ancora troppo nell'ipotesi, non irragionevole, che questa voce di spesa vada ridotta o quanto meno stabilizzata in termini reali. In ogni caso insegnanti e bidelli non sembrerebbero particolarmente beneficiati dallo Stato: nello stesso periodo la spesa per il complesso delle retribuzioni pubbliche è cresciuta, in termini nominali, di quasi il 37 per cento: visto che la scuola rappresenta una buona fetta del totale, ci sarebbero altre categorie ben più fuori controllo. Del resto sempre tra il 1997 e il 2007 la spesa corrente delle pubbliche amministrazioni, al netto degli interessi (dunque oltre agli stipendi acquisti, prestazioni sociali etc.) è cresciuta del 54 per cento.
Verificare l'andamento della spesa per il personale scolastico è un lavoro un po' complicato, perché nell'ultimo decennio il dicastero dell'Istruzione e quello dell'Università sono stati più volte accorpati e scorporati. Ma se tra 1997 e 2007 l'incremento è davvero questo, bisogna dire che tutto sommato è abbastanza contenuto. Depurato dell'inflazione, vuol dire infatti una crescita reale inferiore al 6 per cento.
Potrebbe essere ancora troppo nell'ipotesi, non irragionevole, che questa voce di spesa vada ridotta o quanto meno stabilizzata in termini reali. In ogni caso insegnanti e bidelli non sembrerebbero particolarmente beneficiati dallo Stato: nello stesso periodo la spesa per il complesso delle retribuzioni pubbliche è cresciuta, in termini nominali, di quasi il 37 per cento: visto che la scuola rappresenta una buona fetta del totale, ci sarebbero altre categorie ben più fuori controllo. Del resto sempre tra il 1997 e il 2007 la spesa corrente delle pubbliche amministrazioni, al netto degli interessi (dunque oltre agli stipendi acquisti, prestazioni sociali etc.) è cresciuta del 54 per cento.
lunedì 13 ottobre 2008
Incidenti statistici
Un piccolissimo esempio di come statistiche e percentuali vadano maneggiate con cautela. Il centro studi e documentazione della compagnia assicurativa Direct line fa sapere che il 70 per cento dei microsinistri automobilistici coinvolgono auto con più di cinque anni. Il sottinteso, se non capisco male, è che la scarsa manutenzione favorisce gli incidenti, i quali sarebbero quindi più frequenti rispetto a quelli delle macchine "nuove".
Che il parco automobilistico italiano sia piuttosto vecchio è cosa nota. Non ho trovato dati puntuali sulla sua segmentazione per "età" delle vetture: mi ricordo però che in Italia ci sono circa 35 milioni di macchine, e che negli ultimi anni ne sono state immatricolate in media un po' più di due milioni l'anno (diciamo 2.250.000). Ipotizzando per tenersi larghi che nessuna di queste sia poi uscita dal parco auto ne avremmo 11.250.000 (2.250.000 x 5) con cinque anni o meno, circa il 32 per cento del totale di 35 milioni. Dunque le "vecchie" sarebbero il 68 per cento, il che rende un po' meno sorprendente il coinvolgimento nel 70 per cento degli incidenti.
Che il parco automobilistico italiano sia piuttosto vecchio è cosa nota. Non ho trovato dati puntuali sulla sua segmentazione per "età" delle vetture: mi ricordo però che in Italia ci sono circa 35 milioni di macchine, e che negli ultimi anni ne sono state immatricolate in media un po' più di due milioni l'anno (diciamo 2.250.000). Ipotizzando per tenersi larghi che nessuna di queste sia poi uscita dal parco auto ne avremmo 11.250.000 (2.250.000 x 5) con cinque anni o meno, circa il 32 per cento del totale di 35 milioni. Dunque le "vecchie" sarebbero il 68 per cento, il che rende un po' meno sorprendente il coinvolgimento nel 70 per cento degli incidenti.
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mercoledì 8 ottobre 2008
Quanti miliardi bruciamo oggi?
Sono settimane che dalle Borse arrivano solo numeri inquietanti, tutti con il segno meno davanti. Giornali e tv sembrano a corto di metafore e aggettivi per descrivere quanto sta capitando: giustamente qualcuno ha parlato, poco tempo fa, di "lunedì nerissimo", visto che di giornate semplicemente nere ce ne sono già state tante.
Va sempre forte però l'espressione "bruciati x miliardi", che forse sarà evocativa ma è solo parzialmente esatta. Certo, i miliardi vengono meno in termini di capitalizzazione, ma risulterebbero concretamente distrutti solo nel caso in cui tutte le perdite virtuali (cioè quelle teoriche che risultano nel mio portafogli titoli per il deprezzamento di questa o quella azione) fossero state realizzate, con la vendita delle azioni in questione. Ma se ciò avvenisse davvero, le cose andrebbero ancora peggio, in un meccanismo infernale: nonostante tutto, non siamo ancora a questo punto.
D'altra parte rischia di essere ancora più equivoca, anche se esatta, l'indicazione delle perdite in percentuale, riferite ai listini o al singolo titolo. Infatti se dico che una certa azione ha perso il 30 per cento in una settimana (ahimè, è capitato), forse dovrei ricordare che per tornare al punto di partenza quello stesso titolo dovrebbe riguadagnare non il 30 ma quasi il 43 per cento. Perché ovviamente il 30 per cento di 70 è solo 21.
Va sempre forte però l'espressione "bruciati x miliardi", che forse sarà evocativa ma è solo parzialmente esatta. Certo, i miliardi vengono meno in termini di capitalizzazione, ma risulterebbero concretamente distrutti solo nel caso in cui tutte le perdite virtuali (cioè quelle teoriche che risultano nel mio portafogli titoli per il deprezzamento di questa o quella azione) fossero state realizzate, con la vendita delle azioni in questione. Ma se ciò avvenisse davvero, le cose andrebbero ancora peggio, in un meccanismo infernale: nonostante tutto, non siamo ancora a questo punto.
D'altra parte rischia di essere ancora più equivoca, anche se esatta, l'indicazione delle perdite in percentuale, riferite ai listini o al singolo titolo. Infatti se dico che una certa azione ha perso il 30 per cento in una settimana (ahimè, è capitato), forse dovrei ricordare che per tornare al punto di partenza quello stesso titolo dovrebbe riguadagnare non il 30 ma quasi il 43 per cento. Perché ovviamente il 30 per cento di 70 è solo 21.
mercoledì 17 settembre 2008
Quanto fa otto per mille?
Cala l'introito dell'otto per mille dell'Irpef alla Chiesta cattolica? Con l'intento di correggere alcune anticipazioni di stampa ritenute non esatte, la Conferenza episcopale italiana ha fatto sapere che gli ultimi dati disponibili, relativi alla dichiarazioni dei redditi 2006, vedono un incremento in cifra assoluta dei contibuenti che hanno deciso di affidare la propria quota alla Chiesa: 38.000 unità in più rispetto all'anno precedente. Contemporaneamente però il suo introito complessivo è calato di 35 milioni.
Dunque ha ragione la Cei nel rimarcare che non diminuisce il consenso verso la Chiesa. Ma come mai questa incassa meno, se sono di più i contribuenti che firmano a suo favore? Siccome il gettito Irpef - in cifra assoluta - aumenta un po' ogni anno, con 38.000 firme in più dovrebbe aumentare anche la quota della Chiesa, a meno di non supporre che la sua massa di consenso si sia improvvisamente spostata verso i contribuenti a più basso reddito.
In realtà la spiegazione sta nel fatto che i proventi della Chiesa cattolica derivano non solo da coloro che firmano per lei, ma anche dall'otto per mille di coloro che non mettono nessuna firma, suddiviso in proporzione alle scelte espresse (ma ad esempio i valdesi rifiutano questa quota). Siccome nel 2006 è cresciuto il numero di coloro che hanno comunque espresso una scelta, e in larga parte queste persone hanno optato per lo Stato, ecco che la fetta della torta complessiva destinata alla Chiesa è un pochino più piccola.
Dunque ha ragione la Cei nel rimarcare che non diminuisce il consenso verso la Chiesa. Ma come mai questa incassa meno, se sono di più i contribuenti che firmano a suo favore? Siccome il gettito Irpef - in cifra assoluta - aumenta un po' ogni anno, con 38.000 firme in più dovrebbe aumentare anche la quota della Chiesa, a meno di non supporre che la sua massa di consenso si sia improvvisamente spostata verso i contribuenti a più basso reddito.
In realtà la spiegazione sta nel fatto che i proventi della Chiesa cattolica derivano non solo da coloro che firmano per lei, ma anche dall'otto per mille di coloro che non mettono nessuna firma, suddiviso in proporzione alle scelte espresse (ma ad esempio i valdesi rifiutano questa quota). Siccome nel 2006 è cresciuto il numero di coloro che hanno comunque espresso una scelta, e in larga parte queste persone hanno optato per lo Stato, ecco che la fetta della torta complessiva destinata alla Chiesa è un pochino più piccola.
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