sabato 12 dicembre 2009

Lo scudo che visse due volte

In attesa di conoscere gli introiti esatti dello "scudo fiscale", la sanatoria per i capitali e le altre attività illecitamente detenute all'estero, e anche di sapere se l'operazione come è possibile sarà prorogata, si può ricordare come questa entrata straordinaria sia già stata utilizzata due volte dallo Stato per coprire le proprie esigenze finanziarie, rispettivamente relative al 2009 e al 2010.

Non si tratta però di un gioco di prestigio ma di un espediente contabile che ha permesso al governo di risolvere un problema facendo anche un (piccolo) favore ai contribuenti. Il problema consisteva nel poter usare nel 2010, per finanziare una serie di spese, soldi che invece entrando in cassa nel 2009 facevano parte del bilancio di quest'anno. Ecco allora l'idea: questi quasi 4 miliardi sono stati usati per coprire uno sconto fiscale momentaneo, ossia il taglio di 20 punti percentuali della misura dell'acconto Irpef dovuto a fine novembre. Soldi che i contribuenti non ricevono in regalo, e dovranno quindi versare a giugno.

Ecco quindi che proprio questi contribuenti traghetteranno i miliardi dello scudo nel 2010, quando i loro maggiori versamenti saranno usati, dal punto di vista formale, come copertura delle nuove spese.

martedì 1 dicembre 2009

Dai disoccupati alla disoccupazione

Fa impressione, e giustamente, la cifra di due milioni di disoccupati diffusa dall'Istat nella sua prima rilevazione mensile delle forze di lavoro (finora i dati erano solo trimestrali, in questo modo l'Italia si adegua agli standard internazionali). Fa impressione perché due milioni sono tanti, perché in tempi di crisi siamo particolarmente sensibili al tema, e anche perché consultando le serie storiche si nota che bisogna tornare indietro fino al 2004 per vedere superata questa soglia.

Questo vuol dire che siamo tornati ai livelli di disoccupazione del 2004? Non esattamente. Nel febbraio di quell'anno i disoccupati erano 2.041.000, contro i 2.004.000 dell'ottobre scorso Ma soprattutto gli occupati, coloro che un lavoro ce l'avevano, erano allora 22 milioni e 248 mila, cioè circa 850 mila in meno di oggi. Il che spiega, ricordando come si misura il tasso di disoccupazione (che è il rapporto tra il numero di coloro che cercano lavoro e il totale di quelli che lo hanno o lo cercano) perché l'attuale 8 per cento (arrotondato) sia ancora un po' più basso dell'8,4 di cinque anni e mezzo fa.

lunedì 23 novembre 2009

Cosa ha detto l'Ocse?

L'Ocse dice che in Italia la ripresa economica è più forte della media europea. Bene. Salvo che non lo dice proprio l'Ocse. L'organizzazione parigina, di cui fanno parte trenta Paesi ad economia sviluppata, si è limitata a mettere insieme i comunicati di altrettanti istituti di statistica, compresa la nostra Istat, relativi all'andamento del Pil nel terzo trimestre 2009. L'Italia con il suo +0,6 per cento si trova leggermente indietro alla media complessiva, ma più avanti di quella europea, appesantita da Paesi come Spagna e Gran Bretagna che non hanno ancora ritrovato il segno positivo.

Dunque non è una previsione, una stima che comporta un elemento di giudizio, ma una presa d'atto. Le previsioni l'Ocse le ha fatte qualche giorno fa (rivedendole al rialzo per tutti, Italia compresa). E ogni mese pubblica il suo superindice: una specie di anticipatore delle tendenze future, basato comunque su dati elaborati nei singoli Paese, che vede la nostra economia in potenziale vantaggio sulle altre. Insomma ci sono le statistiche (che registrano il passato) e le previsioni (che com'è noto riguardano il futuro e per questo sono più difficili). Due cose diverse.

lunedì 9 febbraio 2009

Se il Pil torna al 2006

Esiste una corrente di pensiero, minoritaria tra gli economisti ma assai battagliera, che mette in discussione il Pil: non solo negando che possa essere l'unico parametro per misurare il progresso di uno Stato o del mondo intero, ma teorizzando addirittura l'opportunità di una "decrescita serena". Senza entrare nel merito della questione (comunque non me la sento di tifare per la decrescita) osservo solo che alcune recenti posizioni dei nostri vertici di governo (Tremonti e Berlusconi) potrebbero essere lette come un'indiretta allusione a questa corrente di pensiero.

Per fare di necessità virtù di fronte alle poco rosee prospettive per l'economia italiana, i due hanno sostenuto che - in fondo - con un calo del Pil del 2 per cento in termini reali nel 2009, si tornerebbe alla situazione del 2006, anno nel quale non si stava poi così male. Volevano dire naturalmente che il valore totale del Pil, attualmente pari a un po' meno di 1.600 miliardi, tornerebbe ai valori assoluti di due o tre anni fa. Nell'esprimersi così hanno più o meno consapevolmente messo in discussione il dogma secondo cui bisogna andare sempre avanti.

Qualcuno però non ha capito bene, anche tra le file dell'opposizione, e ha confrontato questa stima negativa con il tasso di crescita reale dello stesso Pil nell'anno 2006. Che è stato di poco inferiore al 2 per cento, ma con segno positivo. Una cosa è l'incremento (o il decremento) in un certo anno rispetto a quello precedente, un'altra, molto diversa, il valore assoluto in quello stesso anno. Per quanto sembri ovvio, giova ancora ripeterlo.

giovedì 4 dicembre 2008

Mutui: il tetto è anche un pavimento

Il governo continua ad occuparsi di mutui a tasso variabile, ritenendo che coloro che li hanno a suo tempo sottoscritti meritino una tutela rispetto al fatto che, appunto, i tassi siano variati, nel caso specifico verso l'alto. Così dopo la non molto fortunata convenzione tra Abi e ministero dell'Economia, che prevedeva sostanzialmente un allungamento dei tempi del prestito a fronte di una rata bloccata, è ora la volta dell'articolo 2 del decreto 185 (cosiddetto anti-crisi). Contiene, come è stato spiegato, un tetto del 4 per cento al tasso di interesse nel calcolo della rata, per i mutui prima casa; fino alla fine del 2009 lo Stato si accollerebbe la parte di rata che supera questo tetto.

In realtà, come si può vedere anche dal testo, il meccanismo del tetto scatta solo per coloro che avevano all'inizio del mutuo un tasso già inferiore al 4 (in buona sostanza chi lo aveva stipulato tra il 2002 e il 2006). Per gli altri il tasso verrebbe riportato appunto al livello iniziale: e siccome l'Euribor, che è il parametro usato per la maggior parte dei tassi variabili, è previsto in discesa per tutto l'anno, il vantaggio per loro sarà limitato o nullo. Dunque il 4 per cento può essere visto come un tetto, ma anche come un pavimento nel senso che è il livello minimo a cui il tasso può scendere ex lege.

Quanto costa tutto ciò allo Stato? Non molto. Si prevede prudenzialmente un possibile esborso di 350 milioni, ma già dopo dopo i primi tre mesi del prossimo anno, in base alle attese sull'Euribor, il tasso effettivo scenderebbe sotto il pavimento del 4 per cento (2,81% il tasso atteso nel secondo trimestre, più 1,1% di spread medio = 3,91%). E dunque da aprile (o al massimo da giugno-luglio) lo Stato potrebbe trovarsi nella condizione di non pagare proprio nulla.

giovedì 30 ottobre 2008

I numeri della Gelmini/4

Il decreto 137, quello che contiene tra l'altro il ritorno al maestro unico (o meglio prevalente, come il governo tiene a precisare), è ormai legge. Ma restano tutti i dubbi che avevo sollevato in un precedente post sugli effetti finanziari della novità. La contestata riforma dovrebbe infatti contribuire a quella riduzione di 87.000 docenti in tre anni, che è a sua volta contenuta nel decreto 112, quello che ha di fatto anticipato la legge finanziaria.

Nelle ultime settimane però Mariastella Gelmini e lo stesso presidente del Consiglio, nel replicare alle critiche di opposizione e sindacati, hanno sostenuto che il maestro unico non porterà ad una riduzione del tempo pieno alla scuola elementare, ed anzi permetterà di incrementare del 50 per cento il ricorso a questa formula (orario di 40 ore settimanali, i bambini in classe fino al pomeriggio). Ci si potrebbe attendere che anche le novità sul tempo pieno siano contenute in qualche legge o almeno, come intenzione, in qualche documento governativo.

Invece quel riferimento al 50 per cento proviene da una simulazione della rivista Tuttoscuola: simulazione che il ministro, in un'intervista alla stessa testata, ai primi di settembre, aveva detto di trovare interessante e di voler prendere in considerazione. Chiaramente questa prospettiva sottintende che i docenti "risparmiati" grazie al maestro unico, invece di contribuire ai risparmi sul personale, siano impiegati in classi a tempo pieno aggiuntive rispetto a quelle attuali. Di tutto ciò però non c'è traccia se non nel dossier preparato dal governo "contro le bugie della sinistra" (che peraltro indica una percentuale di incremento del tempo pieno decisamente più bassa). Nel Piano programmatico elaborato dal dicastero in attuazione del decreto 112 si dice invece il contrario: "Le economie derivanti da tale modello didattico, allo stato non quantificabili, consentono di ottenere ulteriori risorse che potranno ridurre l'incidenza degli altri interventi". Cioè i risparmi sul maestro unico non andranno al tempo pieno ma semmai attenueranno la portata di altri tagli alla scuola.

Ma siccome alla Gelmini e alle sue acrobazie numeriche sono stati dedicati ben quattro post, vorrei chiudere con un'altra cifra, quella presentata dai suoi oppositori per quantificare l'entità dei tagli al sistema scolastico: 8 miliardi. È corretta? Non molto. Gli 8 miliardi sono la somma dei risparmi progressivi che proprio nel decreto 112 il governo prevede di ottenere progressivamente, dal 2008 al 2012. Ma siccome si tratta appunto di risparmi progressivi, che partono da 456 milioni nel 2009 per arrivare a 3,2 miliardi dal 2012 in poi, non andrebbero sommati tutti i risultati parziali di questi quattro anni. Con la stessa logica infatti si potrebbero moltiplicare i 3,2 miliardi a regime per 10 e dire che ci saranno 40 miliardi di tagli da qui al 2022 (gli 8 già detti più altri 32). Quel che conta è il risparmio annuale.

domenica 19 ottobre 2008

I numeri della Gelmini/3

Il ministro della Pubblica istruzione continua a fornire cifre per sostenere la necessità della sua riforma della scuola. Oggi ad esempio Mariastella Gelmini ha dichiarato che in dieci anni la spesa per il personale della scuola è cresciuta del 30 per cento, passando da 33 a 43 miliardi di euro. Dal suo punto di vista questi numeri sono un chiaro esempio di quanto la situazione sia insostenibile.

Verificare l'andamento della spesa per il personale scolastico è un lavoro un po' complicato, perché nell'ultimo decennio il dicastero dell'Istruzione e quello dell'Università sono stati più volte accorpati e scorporati. Ma se tra 1997 e 2007 l'incremento è davvero questo, bisogna dire che tutto sommato è abbastanza contenuto. Depurato dell'inflazione, vuol dire infatti una crescita reale inferiore al 6 per cento.

Potrebbe essere ancora troppo nell'ipotesi, non irragionevole, che questa voce di spesa vada ridotta o quanto meno stabilizzata in termini reali. In ogni caso insegnanti e bidelli non sembrerebbero particolarmente beneficiati dallo Stato: nello stesso periodo la spesa per il complesso delle retribuzioni pubbliche è cresciuta, in termini nominali, di quasi il 37 per cento: visto che la scuola rappresenta una buona fetta del totale, ci sarebbero altre categorie ben più fuori controllo. Del resto sempre tra il 1997 e il 2007 la spesa corrente delle pubbliche amministrazioni, al netto degli interessi (dunque oltre agli stipendi acquisti, prestazioni sociali etc.) è cresciuta del 54 per cento.